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Caspita se fa caldo oggi, “Ma lo devi fare per forza?”

la domanda di mia madre è vestita di premura e amore, nei confronti di un figlio che ha passato una notte insonne e tante verità della vita gli erano ignare, a lui che sognava di guardare il mondo attraverso una macchina fotografica.

 

Vent’anni, poca voglia di studiare, con lo sguardo da adolescente smaliziato hai posato gli occhi sulla realtà che ti circonda, fatta di compromessi, raccomandazioni e nepotismo, e poche opportunità lasciate in giro da chi avrebbe dovuto invece premiare il talento. “È il lavoro dei miei sogni, voglio fare il fotografo mamma, l’ansia mi passerà”.

Non avevo mai fatto un matrimonio da solo, ero stato assistente, fotografato amici, fidanzatine, gatti e parenti, partecipato a centinaia di ricevimenti nuziali con fotografi esperti. Ma mai avevo avuto l’ardire di scattarlo da solo. Mi sento preparato, almeno fotograficamente, il dubbio è se riuscirò a gestire persone, tempi e collaboratori.

Accidenti se fa caldo, in questo sabato di giugno del 1988, mi regalo una chance, la prima della mia vita, ne sento il peso, so bene la labile differenza che passa tra l’andare tutto bene, a essere uno che ci ha provato.

 

A quei tempi lavoravo in un azienda fotografica, tra pellicole fuji e carta kodak, anche in laboratorio faceva caldo, mentre stampavo e correggevo, migliaia di foto, ma quello era il mio ambito, quello che sapevo fare meglio.

Fa caldo, ma io non mi vesto leggerissimo, mio fratello mi ha insegnato che sui matrimoni ci si veste per bene, quindi abito, compreso di cravatta e panciotto.

 

Controllo l’otturatore della Bronica e stacco le batterie dei flash dalla ricarica, realizzo che il caldo che sento non è solo per la temperatura esterna, è l’agitazione che sta salendo.

 

Prendo borsa, cavalletto e pannello, scendo, mi viene a prendere Pino, operatore video navigato, tra i top dell’epoca, mi guarda con il sorriso di chi so che mi aiuterà a sopravvivere in quella giornata e dice: “comm stai bell, par ò spos”.

Gli sorrido anch’io, cerco di nascondere l’ansia che si palesa mio malgrado, tappa obbligatoria; caffè con gli altri due collaboratori, poi in macchina direzione casa della sposa.

 

Ci si avvia prima, a fine anni ‘80 la concezione del tempo è diversa rispetto a oggi, senza cellulari e senza navigatore, non so come siamo sopravvissuti, ma abbiamo trovato tutti gli indirizzi semplicemente abbassando il finestrino e chiedendo.

 

Siamo arrivati, una delle piccole fortune per trovare la casa della sposa ti basta la via, il civico non è importante, guardi i fiori fuori al palazzo.

Saliamo a casa, ci fanno accomodare nel salone, chiedono se gradiamo caffè, che prontamente accettiamo e quei biscotti secchi che ho sempre odiato.

 

Tanti pensano che un fotografo debba solo scattare fotografie, non è così per un fotografo di matrimonio, e in particolare per me che ho messo alla base del mio modo di lavorare l’empatia.

Comincio a prepararmi, i collaboratori mi guardano, vogliono sapere tante cose, dove scatteremo, in quale zona del salone posare attrezzatura, quale macchina montare sul cavalletto.

 

Ho un attimo di panico non so cosa fare, mi giunge in soccorso Pino, da vecchia volpe, mi “suggerisce” di sistemare l’attrezzatura fuori al balcone, e posizionare la sposa in un area dove avremmo potuto illuminarla al meglio con il pannello.

 

Dico al mio collaboratore di caricarmi la reflex 135 mm con pellicola in bianco e nero e di mettere la medio formato sul cavalletto.

Prendo la reflex e chiedendo permesso entro dalla sposa, è un po agitata, la saluto, non so dei due chi aveva la mano più sudata.

 

Siamo agitati per motivi diversi, ma io in quel momento ho sentito la responsabilità del ruolo, la guardo, maledetto il tempo che non mi fa ricordare il suo nome, ma gli occhi si, quelli li ricordo, mi dice che la sua ansia era per l’ingresso in chiesa, le stringo la mano e da psicologo da quattro soldi le dico che è normale, capita a tutte, ma a tutte è passato…e passerà anche a lei.

 

Credo di averla convinta, ha lo sguardo di chi si è affidata, non la deluderò, e se ci riuscirò con lei non deluderò nessuno che decida di affidarsi a me.

Ormai padrone della situazione, comincio a fare ciò che avevo sempre sognato, con la coda dell’occhio vedo Pino che accenna un sorriso sotto i baffi, ha uno sguardo tra l’orgoglioso e il compiaciuto.

 

Lo realizzerò dopo, perché in quel momento sono come un calciatore in trance agonistica, parlo e scatto, parlo e scatto, con la consapevolezza di chi sta realizzando un sogno.

Tornai a casa stremato dalla tensione e dal caldo, ma conscio di aver fatto qualcosa di grande per i miei desideri.

 

Questo è il ricordo, orgoglioso e fiero, di un ragazzo che aveva un piccolo sogno, far accendere il sorriso sulle labbra a coloro che riguardano le foto del proprio giorno più bello.

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